Alla luce delle recenti polemiche, mi sembra doveroso fare un quadro il più oggettivo possibile di come funziona la gestione della DOP Grana Padano.

 

Innanzitutto tutti sanno che la zona di produzione del latte destinato a questa DOP è ubicata in gran parte in Lombardia, seguono Piemonte, Veneto, Trentino Alto Adige parte dell’Emilia e che le potenzialità produttive di tali zone vanno ben al di là dei volumi richiesti dalla produzione di formaggio. Ognuna delle stalle  di queste zone, può fare domanda all’ente certificatore e, se ha i requisiti, ottenere l’idoneità.

 

Questo comporta che l’offerta di latte atto alla produzione di Grana Padano può essere circa doppia di quella necessaria. Non credo che occorra un esperto di economia per capire chi si trovi in una posizione di forza, il trasformatore può scegliere sia il quantitativo da acquistare sia il venditore e come è normale si fa una lista dei buoni e dei cattivi (normalmente i cattivi fanno parte di forme aggregate).

Sfido chiunque a dimostrare che questa sia una posizione di vantaggio per il mondo agricolo.

 

E veniamo adesso alle quote Grana. Il consorzio del Grana Padano, che originariamente aveva solo il compito di sorvegliare il rispetto del disciplinare e di promuovere il prodotto, ha aggiunto ora la funzione di controllo dell’offerta cercando di modularla in funzione della domanda, per impedire un’eventuale crollo del prezzo del Grana. Cito qui l’articolo 150 del reg.UE n.1038 del 2013 “gli Stati membri, possono stabilire, per un periodo limitato, norme vincolanti per la regolazione dell’offerta di formaggio che beneficia di una DOP.” Per raggiungere tale obiettivo il consorzio ha ritenuto opportuno introdurre un sistema di quote, create dal nulla e assegnate ai trasformatori, tale sistema a parer nostro non ha nessuno dei requisiti richiesti dal regolamento UE.

 

Infatti le quote vengono spesso scambiate a prezzi altissimi alla stregua di denaro contante come acquisizione di un diritto permanente e inalienabile, non solo, ma chi cessa la produzione di Grana lucra pesantemente sul l’affitto della quota e lo può fare per anni senza correre nessun rischio d’impresa. L’effetto che un sistema di quote siffatto è molteplice.

1) provoca spostamenti da una zona all’altra delle produzioni DOP mettendo in seria difficoltà le produzioni di latte.

2) produce enormi costi aggiuntivi alle imprese che vivono di mercato quando queste limitazioni non producono l’effetto sperato.

3) premiano le aziende decotte che costringono quelle in attività ad acquistare le loro quote, alterando pesantemente la libera concorrenza.

4) è intuibile in futuro che ci possa essere una concentrazione di diritti produttivi in mano a pochi stravolgendo completamente lo spirito della DOP che originariamente era stata creata per proteggere le zone vocate e i produttori di materia prima.

 

Aggiungo inoltre che un’azienda sana, in attività non è minimamente interessata al valore della quota perché non la venderà  mai, è come avere una Ferrari in garage e non utilizzarla mai, ma doverne sostenere i costi di gestione (bollo assicurazione, ecc). È poi sicuro chi si è svenato per comprare quote venute dal nulla che nel nulla non ritorneranno?

 

Credo di aver dato tanti argomenti per un serio dibattito a chi sta davvero a cuore l’interesse del mondo agricolo. Per noi la soluzione di gran parte di questi problemi sarebbe l’assegnazione della quota ai produttori di latte. Un’organizzazione professionale a Piacenza ha già preso una posizione precisa, mi piacerebbe che anche l’altra invece di liquidare tutto con “pupe e pupari “ prendesse una posizione inequivocabile o in un senso o nell’altro.

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